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	<title>angelo cianci &#187; I due volti</title>
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	<description>angelo cianci poeta - poesia</description>
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		<title>Recensione di Anna Curcio</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Feb 2014 19:39:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[poeta]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[I due volti]]></category>

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		<description><![CDATA[Angelo Cianci sembra tendere, con questa sua ricerca poetica, al recupero di un mondo intellettuale originario, connotato soprattutto da stupore e dolore dell’esistenza. L’avvertirsi collocato senza praticabile uscita nel doppio cappio del tempo e dello spazio, non lo conduce però ad un immobile disincanto dell&#8217;esperienza, ma invece al tentativo di risalire la corrente all’indietro, fino [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Angelo Cianci sembra tendere, con questa sua ricerca poetica, al recupero di un mondo intellettuale originario, connotato soprattutto da stupore e dolore dell’esistenza. L’avvertirsi collocato senza praticabile uscita nel doppio cappio del tempo e dello spazio, non lo conduce però ad un immobile disincanto dell&#8217;esperienza, ma invece al tentativo di risalire la corrente all’indietro, fino a cercare d’individuare un possibile errore iniziale, quale potrebbe essere, in questo caso, quello di aver intricato di troppi significati “razionanti” l’immediata totalità magica dei primi apprendimenti della realtà.</p>
<p>L’esperimento che in queste pagine si elabora è piuttosto singolare, almeno nell’attuale quadro delle poetiche, e nonostante il timbro apparentemente dimesso e l’assenza di esiti affaticati o convulsi, non lascino sospettare in questa voce la difficoltà dell’impegno. Si tratta, nientemeno, di ripercorrere un destino vissuto male, rifiutando il soccorso di qualsiasi presupposto fideistico – ogni implicazione del “divino” va qui letta, a nostro avviso, solo in chiave di ripensamento interiore dell’esperienza – e adoperando invece strumenti ordinari, rinvenibili nella consuetudine più oggettiva, strumenti che sono quindi, in definitiva, eterogenei e raramente affidabili, e cioè le componenti di questo quotidiano contraddittorio ed estraniante pur nella sua ossessiva ripetitività, e questa intelligenza ormai aggredita dall’ossido del “già visto”.</p>
<p>Ma va detto subito che proprio in tale aperta denuncia del proprio bagaglio necessariamente malestro, si rintraccia la qualità fondamentale di questa poesia: l’onestà. Vietandosi di trascorrere alto sulle cose in climi illuminanti, ed esponendo anzi la routine della tristezza e del disordine, appena venata qua e là da nostalgie (o coscienza?) di una propria remota compostezza, l’autore finisce con l’approdare a qualcosa che può esser definito pacata distanza, non dall’oggi – anzi spesso puntigliosamente contrappuntato – ma da quei caratteri esasperati e divaganti dall’oggi, che lo rendono oscuro.</p>
<p>Un poeta che descrive le proprie emozioni, e tuttavia non lirico, né tantomeno intimista, ma, parrebbe proprio, essenzialmente votato alla chiarezza, a costo di sfrondare il discorso da presenze rilevanti e consolanti proiezioni fantastiche. E, intanto, tutto attento all’eventuale apparire di segni che possano identificare, da diverso avvio, un percorso alternativo alla nostra storia: un “come avremmo potuto essere”.</p>
<p>Come si rende possibile questo coesistere di amara sapienza e generosa disponibilità alla scoperta?</p>
<p>Già tutto vissuto, sofferto, e talvolta perfino deriso: e intanto, a mani giunte, questo attendere e indagare, questo riconoscimento dell’inconoscibile, il che equivale a ipotizzare una resa di ordine mistico, in cui parole di arcana semplicità come “cielo”, “pianto”, “stelle”, “occhi”, “giustizia”, e così via, tornino a significare rapimento e immedesimazione. Una condizione di umiltà, ma nello stesso tempo esaltante, da “primo raggio di sole sul primo filo d’erba”, è quindi il traguardo ambito, da raggiungersi solo dopo aver interamente consumato tutte le superbie della conoscenza, e mediante la volontaria adozione di questa scrittura autentica, assolutamente priva di trucchi, una rarità.</p>
<p>È, infine, un appassionante questione aperta, i cui termini sono del resto resi abbastanza espliciti, in quella che può essere definita un’indicazione programmatica, nel testo della poesia che dà il titolo alla raccolta:</p>
<p>“&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</p>
<p>ho visto in me due volti:</p>
<p>uno rivolto verso il cielo</p>
<p>intento a scoprire segreti ed arcani,</p>
<p>l’altro più scaltro e beffardo</p>
<p>occupato a smarrire il ricordo”.</p>
<p>Anna Curcio</p>
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		<title>Recensione di Renato Civello a &#8216;I due volti&#8217;</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Feb 2014 19:38:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[poeta]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[I due volti]]></category>

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		<description><![CDATA[“I due volti” I libri di poesia fioriscono oggi più che mai, eppure, la poesia quasi sempre è la grande assente: ne è responsabile in gran parte il velleitarismo sperimentalistico, che dispone le parole come arabeschi o complicate architetture, con la pretesa di spazzar via il buon senso più o meno tradizionalista senza preoccupazione alcuna [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>“I due volti”</p>
<p>I libri di poesia fioriscono oggi più che mai, eppure, la poesia quasi sempre è la grande assente: ne è responsabile in gran parte il velleitarismo sperimentalistico, che dispone le parole come arabeschi o complicate architetture, con la pretesa di spazzar via il buon senso più o meno tradizionalista senza preoccupazione alcuna per la “coralità”, per una linea comunque emozionale; ma vi è anche implicata quella che io chiamerei “adiaforìa discorsiva”, un tipo di indifferenza che non ha nulla da spartire con la serenità degli stoici e che è invece disponibilità a versificare con disinvolta anonimia, fuori d’ogni profonda e maturata partecipazione. Ecco perché mi risulta non opinabile, ma sicura e totalmente avvertita, l’opera del siracusano Angelo Cianci.</p>
<p>Poesia di pensiero e poesia d’immagine, questa del Cianci; in cui gioca un ruolo primario il sentimento, portato sulla piattaforma delle consonanze esistenziali. Linguaggio di recupero, dunque, straniero alle pure virtualità del nuovo pericoloso conformismo: un argomentare musicalmente filtrato che riscopre i cicli primordiali del destino di sempre. Dietro l’individuo, che sedimenta la propria cronaca in una insistita voce d’amore e di dolore, l’allegoria inquietante dell’uomo totale esalta ogni sillaba in grido e dà alla macerazione il peso di una dialogante morsura. L’analisi minuta che passa attraverso gli aspetti quotidiani, dalle sequenze domestiche alle categorie delle ipotesi brucianti, diventa in Angelo Cianci persistenza meditativa e contemplativa; quasi una sintesi vibrante, e coordinata tenacemente agli impulsi, di un vitalismo interiore che non esita a farsi monito e presagio.</p>
<p>L’interrogativo del poeta rimane sempre condizionato dalla vita, ma anche da essa gratificato e tradotto in pienezza di sensazioni: in Solitudine Cianci scrive che avrebbe raggiunto “&#8230; quel silenzio che sfiora – l’eterno, se la cornice – di solitudine non fosse stata spezzata – dal fruscio di un ruscello, &#8211; dal soffio del vento, dalla brezza tra i rami, &#8211; dal canto di un gufo: &#8211; dalla vita, appunto”. Qui e altrove (e può essere il messaggio affidato alla rondine, la dialettica dei due volti, “uno rivolto verso il cielo – intento a scoprire segreti ed arcani, &#8211; l’altro più scaltro e beffardo – occupato a smarrire il ricordo”, i fantasmi che appaiono “nel crepuscolo incenerito”, o in Vulcano la “&#8230;correzione – di ciò che credevamo – divinamente ordinato”, il filosofare è in fondo antiteorico: di memoria leopardiana, direi, connaturato al vivere e perciò tutt’uno con il fare poetico.</p>
<p>Angelo Cianci avverte con un accoramento senza fine la dimensione del tempo, calata nell’io e nel sociale, segnata da tutte le contraddizioni e da mille paure. Questa è la sua filosofia, ma anche la sua inseparabile, necessaria intimazione di canto. Ora vede la donna che galoppa sul bianco cavallo e si ferma sull’orlo del precipizio, fermata miracolosamente dal suo grido; ora riflette sull’uomo contemporaneo, sulla “macchina programmata a scoprire”, ma “scoprire in un modo impietoso, &#8211; smemorato, frettoloso, &#8211; che divora se stesso”, risuscitando il mito di Kronos che divora i suoi figli. L’immagine non è riferibile ad alcuna codificazione letteraria, perché coincide, senza arbitrarie mediazioni, con l’energia generosa dell’anima.</p>
<p>Con questa poesia di Cianci siamo pertanto egualmente lontani dalla classicità accademizzante e dai languori tardo-romantici, soprattutto al crepuscolarismo e dall’intimismo. Le grandi esemplarità sono testimoniate con una consapevolezza che è tutta del proprio clima, della propria attitudine a percepire con tremore ed angoscia. E persino quando il pensiero, come in Eternità, affronta il problema della trascendenza con delle interrogazioni allucinate, non si registra frattura alcuna nei riguardi di un contenuto sostanzialmente poetico. Fatto è che Angelo Cianci è uno di coloro, sempre più pochi, che riescono a fare il silenzio in se stessi per ascoltare le voci che contano, quelle che fra il “tanto daffare che c’illude” di cardarelliana memoria accompagnano parallelamente gli itinerari della intelligenza e del cuore: il suo animo è “circondato – da una polvere di quiete”, come scrive l’autore con ardita espressione in L’altro mondo; ed è questa la determinazione ideale per sottrarsi all’usura della terrestrità e cercare gli alti approdi dell’essere.</p>
<p>Sotto il profilo stilistico è da dire che i versi di Cianci sono immuni da cultismi lessicali e che anche l’innesto della metafora, necessario in una poesia ad un tempo spontanea e pensata, contestuale e riflessa, è sempre calzante, venendo fuori da una appassionata stagione della coscienza.<br />
Renato Civello</p>
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